L’armadio della conoscenza

Quest’articolo è apparso nel 2009 sulla rivista Persone&Conoscenze, casa editrice ESTE (Milano)

Tag, metadati, semantic web: queste sono le parole chiave per giocare col caos delle informazioni, dei documenti, della conoscenza. In contesti che divengono sempre più complessi, come il  web e le grandi organizzazioni, non è più possibile cercare di rinchiudere la naturale destrutturazione delle informazioni all’interno di strutture centralizzate, potenti, rassicuranti. L’approccio di forza non riesce a tenere il passo di una realtà che è, per sua stessa natura, rumorosa ed imprevedibile. Si scopre così che strutture piccole, decentrate ed imprecise come i tag possono diventare l’arma vincente di un’innovazione basata sulla capacità di creare, organizzare e sfruttare conoscenza.


L’armadio della conoscenza

Qualche giorno fa ho messo in ordine il mio armadio. Ho svuotato i cassetti e le ante, appoggiando tutto un po’ alla rinfusa sul letto. Ho mentalmente fatto una stima degli spazi che avevo a disposizione per riordinare il tutto, numerando, inconsciamente, le classi che avrei potuto assegnare all’informe massa indistinta di un vestiario stratificato nel tempo. Poi ho cominciato a classificare: nella prima anta ho deciso di mettere la biancheria. Ho avuto subito una perplessità di fronte ad una maglietta un po’ aderente, senza troppi indugi però ho deciso che era una t-shirt e l’ho tenuta da parte. Arrivato alla seconda anta, in cui ero convinto di archiviare senza troppi affanni l’abbligliamento estivo, mi sono arrestato: magliette e pantaloncini corti, ma da usare spesso anche l’inverno. Decido per una categoria a parte, creo un apposito spazio per lo sport e passo oltre. E così più vado avanti e più mi rendo conto di come le mie scelte siano guidate più da impressioni, ricordi, sensazioni, che non da ragionamenti o da processi logici: non sono le caratteristiche fisiche dell’oggetto, ma è la personale conoscenza dei miei abiti che influenza la categorizzazione che ne faccio, creando una struttura di contenuti modellata sulla mia specifica visione delle cose. E ciononostante, sono costretto a fare delle scelte, scelte di struttura che influenzano anche la forma e l’uso che farò del contenuto. Una camicia messa nel cassetto degli abiti da tempo libero non la metterò più in ufficio, se non a costo di andarla a cercare appositamente. La scelta strutturata mi costringe, in conclusione, ad una sostanziale perdita di conoscenza (scelgo una sola categoria delle tante ragionevoli) e ad una inevitabile restringimento delle possibilità di fruizione.

Pensiamo adesso di sostituire, o affiancare, il mio armadio con un contenitore indifferenziato in cui gettare tutto il mio vestiario così com’è, senza attribuzione di forma o area di destinazione. Per ciascun capo potrò però specificare opportune etichette che ne descrivano proprietà, aspetti, caratteristiche intrinseche o impressioni personali. Una sciarpa può essere contemporaneamente “abbigliamento invernale”, “freddo”, “sci”, “stadio”. Quando ho bisogno di accedere al mio armadio io non apro ante e cassetti ma mi limito, dall’esterno. ad eseguire una ricerca su una di queste etichette o su più etichette insieme. Sarà l’armadio stesso ad estrarre e propormi tutti gli oggetti a cui sono attribuite quelle stesse etichette. Gli abiti mantengono la loro natura, non sono forzati in strutture che ne definiscono a priori caratteristiche e modi di utilizzo. Gli oggetti divengono parte di molteplici categorie contemporaneamente: categorie libere, naturali, pensate appositamente per lo specifico oggetto ed il suo reale utilizzo e non stabilite a priori da qualcuno che ha cercato di creare cassetti buoni per tutto. Manca però ancora una “feature” da richiedere al falegname di fiducia nella realizzazione di questo brillante guardaroba: far si che anche altre persone possano associare etichette ai miei abiti. A qualcuno quella sciarpa così colorata può sembrare decisamente anni ’70. Perciò la etichetta come “anni 70″. Qualcun altro si limita ad un generico “vintage”. Ciascuno riversa nel mio armadio il suo modo di vedere le cose, mettendomi a disposizione un po’ della sua conoscenza. Nel caso domani sera fossi invitato ad una festa hippie, il mio armadio collaborativo avrà raccolto la conoscenza necessaria per supportare anche un tipo di ricerca per la quale non era stato progettato, su un tipo di dato inizialmente non previsto nel data model dell’oggetto.

Tag e Folskonomy: organizzare dal basso

Con lo sviluppo di piattaforme web caratterizzate dalla centralità dei “prosumer” (consumatori e al tempo stesso produttori), e perciò dalla presenza massiccia di contenuti creati dagli utenti (si pensi a YouTube, a Flickr, ai social network e in generale a tutto l’indistinto universo chiamato “web 2.0″), il mondo del web si è trovato sommerso da una quantità assolutamente incontrollabile di informazioni. Un armadio di proporzioni incalcolabili in cui i tipi di risorse disponibili non erano più prevedibili a priori, così come le categorie in cui organizzarli. In una tassonomia di 5 anni fa avreste mai pensato di inserire una categoria di risorse chiamata “profilo di social network”? Probabilmente no, ed è proprio in questo contesto che nascono i tag, etichette testuali libere che possono essere associate ad una qualsiasi risorsa per metterne in evidenza aspetti e proprietà. Per dirla con Wikipedia: “Un tag è una parola chiave o un termine associato a un “pezzo” di informazione (un’immagine, una mappa geografica, un post, un video clip …), che descrive l’oggetto rendendo possibile la classificazione e la ricerca di informazioni basata su parole chiave”. I primi tag sono di solito inseriti dall’autore stesso, per poi essere integrati dal libero lavoro di tagging di tutti gli altri utenti. Si trova una risorsa, se ne nota un aspetto o una proprietà interessante e lo si tagga. Si sfrutta così l’intelligenza “diffusa” per creare connessioni implicite (non fisicamente esplicitate) e fluide (non univoche) tra elementi di conoscenza: due documenti che risultano “taggati” con la stessa etichetta hanno infatti un implicito rapporto di similarità. Ma non solo, questo lavoro alacre ed incontrollabile di classificazione proveniente dal basso genera una vera e propria tassonomia di risorse: quella che comunemente viene chiamata “folskonomy” (da “folks” persone e “taxonomy” tassonomia). Grazie al tagging collaborativo di tutti gli utenti infatti, gli oggetti vengono organizzati in una tassonomia fluida che non organizza le risorse in un’unica alberatura stabilita a priori, ma in un numero di strutture pari al numero di tag presenti sulla risorsa. Come recita uno degli slogan di Del.icio.us, la più diffusa piattaforma per la condivisione di bookmarks: “Your bookmarks will organize themselves. Tag your bookmarks. Collections will naturally emerge.”

E’ evidente che i tag riflettono l’intima accettazione, tipica del mondo web, che la perfezione non sia raggiungibile in un ambiente complesso, affidandosi alla capacità di sfruttare meccanismi di approssimazione che divengono sempre più precisi mano a mano che cresce il numero di connessioni, di risorse, di utenti che partecipano attivamente. Perchè i tag sono liberi, imprecisi, rumorosi. Nessuno ne ha il controllo, proprio come le pagine di Wikipedia: è la quantità di contributi a far si che l’informazione corretta emerga naturalmente dal rumore. Nessuno può dire che un tag sia “sbagliato”, ma saranno solo i tag maggiormente utilizzati ad avere importanza e riscontro. In questo modo la rete dimostra di essere in grado di autoregolamentarsi, e le prove empiriche sembrano dargli ragione: i tag, se il campione preso in esame è sufficientemente numeroso, rispondono con precisione solo leggermente inferiore ai tradizionali sistemi di classificazione e, specialmente se usati in parallelo a questi ultimi, riescono a garantire una flessibilità ed una ricchezza altrimenti impossibile da raggiungere.

Una tag cloud con Wordle

Una tag cloud riprodotta con www.wordle.com


Un passo oltre: il sapore semantico della rete

La versione riveduta e corretta dell’armadio della conoscenza ha però ancora un grave difetto: le centinaia di etichette che ho posto sui miei oggetti non hanno nessuna semantica agli occhi di un sistema software. Informatizzando Saussure si può dire che non sono dotate di nessuna connessione “machine-readable” tra il significato e il significante, ovvero tra le lettere che compongono la parola “sciarpa” e quell’oggetto caldo che si avvolge al collo a cui tutti pensiamo sentendone pronunciare il nome.
Insomma “Ceci n’est pas une pipe”: il significato dei tag non è comprensibile per una macchina, che non è così in grado di svolgere su di essi nessuna elaborazione, se non elementari elaborazioni statistiche (ad esempio sul numero di volte che due tag vengono usati insieme). Creare sistemi semantici da risorse destrutturate è il fine che persegue da quasi 10 anni la ricerca sul Semantic Web, avviata dallo stesso “inventore” del web stesso, quel Tim Berners-Lee che in un articolo del 2001 dichiarava: “The Semantic Web is an extension of the current web in which information is given well-defined meaning, better enabling computers and people to work in cooperation.”. Il Semantic Web prevede l’utilizzo all’interno di una risorsa di “etichette invisibili”, in grado di connettere singoli elementi della risorsa a dizionari standard e condivisi presenti in rete. Una recensione cinematografica pubblicata on-line come puro testo (non strutturata quindi nei consueti campi di un database) può essere arricchita da indicazioni semantiche che rimandano ai significati esplicitati dalle definizioni presenti nel dizionario: il nome e cognome presente in calce alla recensione, che un essere umano individua immediatamente come autore del testo, può essere inserito in un tag, invisibile nella pagina ma visibile nel codice, che indichi al sistema che il contenuto del tag è quello che un dizionario standard (ad esempio il Dublin Core, dizionario tra i più diffusi) definisce “author”. E così può avvenire per molte altre informazioni come la data, il voto assegnato al film, il nome del regista o del protagonista. Grazie a queste etichette la semantica delle risorse, e i rapporti logici che sussistono tra le risorse stesse, diviene esplicita, permettendo al sistema di svolgere attività automatica di inferenziazione, confronto, analisi. Il web diventa così in grado di rispondere a quesiti sempre più evoluti ed articolati, ma espressi dall’utente con linguaggio sempre più semplice, più naturale. E’ il software che si occupa di connettere le informazioni e fare inferenze, confronti, aggregazioni. Dopo anni di tentennamenti e tanto scetticismo, il mercato del Semantic Web si è finalmente popolato di grandi attori: Google ha recentemente lanciato il suo nuovo motore semantico, Squared, e il supporto a RDFa e Microformats (due tra i più diffusi formati per l’etichettatura semantica) per creare snippet di ricerca sempre più ricchi. Tutto questo in opposizione al precedente SearchMonkey di Yahoo e al nuovo competitor Wolfram Alpha.  Motori di ricerca in grado non solo di indicizzare contenuti per parola chiave ma di connettere informazioni e risorse in modo automatico, rispondendo in modo “intelligente” alle richieste degli utenti.

Economia della conoscenza e caos informativo

Le aziende, come tutte le organizzazioni complesse, generano ogni giorno una quantità enorme di documenti, dati, informazioni. Conoscenza organizzativa destrutturata, dispersa, imprevedibile e di cui spesso non si coglie il valore. In parte perchè la maggioranza di queste risorse sono impossibili da ricondurre nelle strutture dettate dai metodi tradizionali di classificazione, sistemi, ma soprattutto forme mentali, che cercano di attribuire alla conoscenza una forma a priori fatta calare dall’alto, prestabilita ed immutabile. Dall’altro lato, pur riconoscendone il valore, c’è il rischio che questa conoscenza organizzativa passi sulle nostre scrivanie silenziosa e sfuggente, nascosta dentro insospettabili allegati email, oscure tabelle di Excel, malnominati documenti di Word.

Ma la conoscenza oggi vale: se fuori tutto è in continuo e rapido mutamento, alle organizzazioni non rimane che ricominciare a guardare al proprio interno. Si è detto che le aziende sono da sempre caratterizzate da un flusso continuo di informazioni destrutturate, ma oggi, rispetto al passato, esistono strumenti in grado di rendere fruibile questa conoscenza, lasciandone inalterata la natura ricca, rumorosa, imprevedibile. Grazie ai tag e alle connessioni semantiche l’azienda ha la possibilità di raccogliere, elaborare e mettere a disposizione il suo bagaglio di conoscenza organizzativa come mai prima d’ora.

Vogliamo davvero che tutto questo funzioni?

A questo punto appare evidente che il dibattito sulla cosiddetta “Enterprise 2.0″ non sia tecnologico, ma organizzativo. Le tecnologie, gli strumenti, i sistemi in grado di supportare la creazione collaborativa di conoscenza e il suo ottimale utilizzo funzionano, hanno pregi notevoli e problematicità conosciute. Il problema sta nell’avere il coraggio di affrontare il cambiamento organizzativo che queste tecnologie comportano. Il tagging è una pratica difficile da coniugare con una cultura aziendale orientata al controllo. E’ necessario considerare che importare in azienda strumenti web significa accettare l’implicita natura democratica della collaborazione, l’assenza di controllo, il definitivo affermarsi dell’autorevolezza sull’autorità. E’ necessario, per quanto possa sembrare complicato, imparare ad accettare l’imperfetto, il rumoroso. Ma anche il conflitto e il vandalismo. Di fronte ad un ambiente competitivo, sociale, tecnologico e culturale che rapidamente cambia forma ed attori, un’organizzazione in grado di sfruttare il caos, oltrechè un illuminante ossimoro, è il segno tangibile dell’accettazione di nuovi paradgimi culturali e metodologici. E’ la politica dell’ascolto, del rispetto e della trasparenza. Se il potere è nelle mani di chi possiede la conoscenza, e la conoscenza è creata tramite libera collaborazione e condivisione, c’è rischio concreto di rendersi improvvisamente conto che esso non sia nella mani di chi, fino ad oggi, ci saremmo aspettati.

No comments yet.

Lascia una risposta