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	<title>Damiano Ceccarelli</title>
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		<title>Poesia organizzativa: Sui tetti del direzionale</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 19:42:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Damiano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Influenze]]></category>
		<category><![CDATA[Poesie organizzative]]></category>
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		<description><![CDATA[Ora che ho cambiato lavoro posso pubblicare con maggiore serenità questa poesia organizzativa del Dicembre 2010.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ora che ho cambiato lavoro posso pubblicare con maggiore serenità questa poesia organizzativa del Dicembre 2010.</em></p>
<p><em> </em></p>
<div id="attachment_371" class="wp-caption aligncenter" style="width: 235px"><a href="http://www.damianoceccarelli.net/wp-content/uploads/2012/01/direzionale1.jpg"><img class="size-medium wp-image-371 " title="direzionale" src="http://www.damianoceccarelli.net/wp-content/uploads/2012/01/direzionale1-225x300.jpg" alt="Il Direzionale" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il Direzionale</p></div>
<p>Sui tetti del Direzionale<br />
c&#8217;è un mondo diverso, che è quasi Natale<br />
guarda bene chi c&#8217;è nelle scale<br />
così poi si urla si piange si può parlar male</p>
<p>C&#8217;è chi fuma due sigarette<br />
due sono troppe e dice che smette.<br />
Ma alla fine lo metti alle strette<br />
anche lei, lo sapevo, ha rifatto le tette</p>
<p>Sui tetti del Direzionale<br />
fumi, riscendi e sei giù di morale<br />
&#8220;Ma rimettiti a posto quel nodo!&#8221;<br />
Quest&#8217;anno mi lascio, mi sposo o cambio lavoro</p>
]]></content:encoded>
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		<title>2+2=5? La censura e l&#8217;oblio al tempo di internet&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 13:16:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Damiano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Influenze]]></category>
		<category><![CDATA[Informatica intellettualoide]]></category>
		<category><![CDATA[Knowledge Management]]></category>
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		<category><![CDATA[oblio]]></category>

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		<description><![CDATA[E' davvero più facile alterare la verità storica in un mondo in cui l'informazione è dematerializzata ed intangibile? Radio Padania dice di si. Io dico di no!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Amici, amiche ed affini di questo blog, torno finalmente a deliziarvi con questo primo post 2012. Sono stati mesi intensi, carichi di cambiamenti e novità. Ho abbandonato la triste e grigia città della moda e sono finalmente tornato sulle placide sponde del Tirreno (giusto in tempo per vederci scaraventata contro una nave da crociera). Assisterete quindi nei prossimi mesi ad un brusco calo delle lamentele esistenziali (spero) che hanno avuto in questi anni ampio spazio su queste pagine. In ogni caso non vi preoccupate: troverò senza dubbio quanto prima qualcos&#8217;altro di cui lamentarmi.</p>
<p>Ma veniamo al vero argomento di questo post, argomento che volevo trattare da tempo e che stavo tenendo nel cassetto in attesa dell&#8217;occasione propizia. E proprio stamattina, mentre leggevo serenamente il giornale, l&#8217;aggancio perfetto si è presentato ai miei occhi:<br />
<a href="http://www.corriere.it/politica/12_gennaio_27/sondaggio-su-monti-sparito-radio-padania_a8bec23e-492a-11e1-b976-995c60acee8e.shtml" target="_blank">http://www.corriere.it/politica/12_gennaio_27/sondaggio-su-monti-sparito-radio-padania_a8bec23e-492a-11e1-b976-995c60acee8e.shtml</a></p>
<p>(<strong>Riassunto per pigri</strong>: dopo la manifestazione a Milano ed i presunti fischi a Umberto Bossi, il sito di Radio Padania  pubblica sabato un sondaggio per i propri lettori sul gradimento rispetto all&#8217;operato del governo Monti, col chiaro intento di dimostrare che la Lega E&#8217; e SARA&#8217; sempre duramente e puramente CONTRO (contro cosa? boh). Il sondaggio arriva in poche ore a dimostrare l&#8217;esatto contrario con l&#8217;80% dei partecipanti che si dichiara soddisfatto del nuovo primo ministro, il sondaggio sparisce dal sito, dall&#8217;homepage, dall&#8217;area sondaggi e qualsiasi link all&#8217;informazione incriminata risponde un 404 del server&#8230;pagina inesistente).</p>
<p>Questo fatto pone immediatamente l&#8217;accento su un problema annoso di cui ho spesso discusso anche in passato:<strong> l&#8217;oblio e la censura sul web</strong>. C&#8217;è chi sostiene, il mio ex direttore, ad esempio, che uno dei pericoli dell&#8217;informazione digitale (immateriale) <strong>sia proprio la sua tendenza all&#8217;essere effimera, non &#8220;scolpita nella pietra&#8221;, modificabile in ogni momento da qualcuno intenzionato a cambiare la storia e a far si che 2+2 faccia 5</strong>, in un gioco aritmetico di orwelliana memoria (erano anni che sognavo di scrivere una cosa del genere <img src='http://www.damianoceccarelli.net/wp-includes/images/smilies/icon_razz.gif' alt=':-P' class='wp-smiley' /> ).</p>
<p>In parte è un&#8217;analisi corretta: se nel passato l&#8217;unico modo che aveva un regime per far sparire le informazioni scomode era di mettere all&#8217;indice e far bruciare libri e giornali non allineati, <strong>il dover distruggere fisicamente un certo numero di fonti non era affatto facile.</strong> E così i poveri faraoni egizi erano costretti a far cambiare a colpi di martello e scalpello tutti i geroglifici prodotti da eventuali faraoni precedenti fatti sparire da colpi di stato ed affini. Così la povera Chiesa Cattolica era costretta ad aggiornare continuamente il proprio indice, a dare imprimatur, a lanciare scomuniche e a bruciare eretici. Uno spreco enorme di risorse e di fiammiferi insomma, con la paura che qualche copia dell&#8217;ultimo best-sellers di Galileo si salvasse dalla furia censoria e rimanesse lì a disposizione delle generazioni future. Ma esempi simili si possono tranquillamente trovare nella storia più recente (praticamente tutti i regimi dittatoriali del Novecento si sono prodigati in tale arte) e anche recentissima (fatwa varie, Cina, ecc.).</p>
<p>Con la nascita del web e con la progressiva digitalizzazione dell&#8217;informazione, tutto ciò rischia di diventare estremamente semplice: <strong>se una qualsiasi fonte online vuole (o è costretta) a far sparire una notizia per sempre non deve far altro che rimuoverla dal proprio server</strong>. Se, ancora peggio, vuole alterarla per qualche turpe fine, ancora più semplice: il documento intitolato &#8220;Viva il re&#8221; diventa &#8220;Viva il nuovo re&#8221; ed il gioco è fatto.</p>
<p><strong>Questa analisi, apparentemente ineccepibile, non considera però la natura stessa del mezzo internet</strong>, la sua struttura genetica intrinseca: la rete delle reti nasce come sistema specchiato in cui l&#8217;informazione, seppur univoca, è replicata infinite volte su infiniti server acceduti da innumerevoli punti di accesso incontrollabili ed indipendenti. Internet nasce proprio per far si che se un elemento della catena cade, si rompe o diventa irrangiubile, il resto dell&#8217;infrastruttura è in grado di riconfigurarsi istantaneamente e di continuare a servire l&#8217;informazione richiesta come se nulla fosse. Il concetto, originariamente militare, è diventato però arma insostibuile di democrazia e trasparenza. <strong>Tutte le evoluzioni che hanno fatto si in questi anni che il web diventasse il nostro principale canale per affacciarci al resto del mondo hanno portato con sé questa caratteristica genetica: </strong>i motori di ricerca, i blog, i social network non fanno eccezione.</p>
<p>Torniamo così all&#8217;esempio di partenza di questo articolo. Radio Padania ha cancellato il sondaggio e la pagina, con un po&#8217; di sforzo avrebbe potuto ottenere da Google e dagli altri motori di ricerca la cancellazione della risorsa dagli indici di ricerca. Da un certo punto di vista, il completo oblio sarebbe stato garantito a questa scomoda notizia. Ma così non è stato: <strong>milioni di persone hanno avuto l&#8217;occasione di vedere la pagina, di leggerla, di commentarla. Tutti gli utenti internet hanno avuto la possibiltà di scrivere sul proprio blog un commento alla notizia</strong>. Milioni di utenti dei social network hanno potuto scrivere tweet o commenti sui propri profili. La cancellazione stessa o un&#8217;eventuale rettifica non dichiarata, sarebbe stata immediatamente sottolineata dalla libera comunità degli utenti del web di tutto il mondo. I confini nazionali e gli eventuali poteri politici locali sarebbero stati immediatamente smascherati e superati dalla comunità globale di utenti attivi. La verità storica sarebbe stata immediatamente ripristinata dall&#8217;insieme delle libere menti di tutti noi.</p>
<p>La condivisione impazzita ed incontrollabile che rende il web caotico, spesso inaffidabile e alle volte anche pericoloso, è la prova migliore di come <strong>l&#8217;immateriale fluire dell&#8217;informazione, non più ancorata al potere di pochi gatekeeper,  sia la più grande forza democratica nata nella storia dell&#8217;umanità</strong> (mamma mia che frase ad effetto).</p>
<p>Semper Vester<br />
dc</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;armadio della conoscenza</title>
		<link>http://www.damianoceccarelli.net/2011/11/26/larmadio-della-conoscenza/</link>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 17:03:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Damiano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli e divulgazione]]></category>
		<category><![CDATA[conoscenza]]></category>
		<category><![CDATA[divulgazione]]></category>
		<category><![CDATA[folksonomy]]></category>
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		<category><![CDATA[persone&conoscenze]]></category>
		<category><![CDATA[tag]]></category>

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		<description><![CDATA[Tag, metadati, semantic web: queste sono le parole chiave per giocare col caos delle informazioni, dei documenti, della conoscenza. In contesti che divengono sempre più complessi, come il  web e le grandi organizzazioni, non è più possibile cercare di rinchiudere la naturale destrutturazione delle informazioni all'interno di strutture centralizzate, potenti, rassicuranti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Quest’articolo è apparso nel 2009 sulla rivista Persone&amp;Conoscenze, casa editrice  ESTE (Milano)</strong></em></p>
<p><em><span style="font-size: small;">Tag,  metadati, semantic web: queste sono le parole chiave per giocare col  caos delle informazioni, dei documenti, della conoscenza. In contesti  che divengono sempre più complessi, come il  web e le </span></em><em><span style="font-size: small;">grandi organizzazioni</span></em><em><span style="font-size: small;">,  non è più possibile cercare di rinchiudere la naturale destrutturazione  delle informazioni all&#8217;interno di strutture centralizzate, potenti,  rassicuranti. L&#8217;approccio di forza non riesce a tenere il passo di una  realtà che è, per sua stessa natura, rumorosa ed imprevedibile. Si  scopre così che strutture piccole, decentrate ed imprecise come i tag  possono diventare l&#8217;arma vincente di un&#8217;innovazione basata sulla  capacità di creare, organizzare e sfruttare conoscenza.</span></em></p>
<p><em><span style="font-size: small;"><br />
</span></em></p>
<h2><em>L&#8217;armadio della conoscenza</em></h2>
<p><span style="font-size: small;">Qualche giorno fa ho messo in ordine il mio armadio. Ho svuotato i cassetti</span><span style="font-size: small;"> e le</span><span style="font-size: small;"> ante</span><span style="font-size: small;">, appoggiando</span><span style="font-size: small;"> tutto un po&#8217; alla rinfusa sul letto. </span><span style="font-size: small;">H</span><span style="font-size: small;">o mentalmente fatto una stima degli spazi che avevo</span><span style="font-size: small;"> a disposizione per </span><span style="font-size: small;">rior</span><span style="font-size: small;">dinare</span> <span style="font-size: small;">il </span><span style="font-size: small;">tutto</span><span style="font-size: small;">,  numerando, inconsciamente, le classi che avrei potuto assegnare  all&#8217;informe massa indistinta di un vestiario stratificato nel tempo. Poi  ho cominciato a classificare: nella prima anta ho deciso di mettere la  biancheria. Ho avuto subito una perplessità di fronte ad una maglietta  un p</span><span style="font-size: small;">o&#8217; aderente, senza troppi indugi però</span><span style="font-size: small;"> ho deciso che era una </span><span style="font-size: small;">t</span><span style="font-size: small;">-shirt</span><span style="font-size: small;"> e l&#8217;ho tenuta da parte</span><span style="font-size: small;">. Arrivato al</span><span style="font-size: small;">la seconda anta, in cui </span><span style="font-size: small;">ero convinto di </span><span style="font-size: small;">archiviare </span><span style="font-size: small;">senza troppi affanni </span><span style="font-size: small;">l&#8217;abbligliamento estivo, mi sono arrestato</span><span style="font-size: small;">: magliette e pantaloncini corti, ma </span><span style="font-size: small;">da usare spesso </span><span style="font-size: small;">anche l&#8217;inverno. Decido per una cate</span><span style="font-size: small;">goria a parte</span><span style="font-size: small;">, creo un apposito spazio per lo sport</span><span style="font-size: small;"> e passo </span><span style="font-size: small;">oltre. </span><span style="font-size: small;">E così più vado avanti e più </span><span style="font-size: small;">m</span><span style="font-size: small;">i  rendo conto di come le mie scelte siano guidate più da impressioni,  ricordi, sensazioni, che non da ragionamenti o da processi logici: non  sono le caratteristiche fisiche dell&#8217;oggetto, ma è l</span><span style="font-size: small;">a personale </span><span style="font-size: small;">conoscenza  dei miei abiti che influenza la categorizzazione che ne faccio, creando  una struttura di contenuti modellata sulla mia specifica visione delle  cose. </span><span style="font-size: small;">E  ciononostante, sono costretto a fare delle scelte, scelte di struttura  che influenzano anche la forma e l&#8217;uso che farò del contenuto. Una  camicia messa nel cassetto degli </span><span style="font-size: small;">abiti da tempo libero non la me</span><span style="font-size: small;">tterò più in ufficio</span><span style="font-size: small;">, se non a co</span><span style="font-size: small;">sto di andarl</span><span style="font-size: small;">a a cercare appositamente</span><span style="font-size: small;">.</span><span style="font-size: small;"> La scelta strutturata mi costringe, in conclusione, ad una sostanziale  perdita di conoscenza (scelgo una sola categoria delle tante  ragionevoli) e ad una inevitabile restringimento delle possibilità di  fruizione.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Pensiamo adesso di sostituire</span><span style="font-size: small;">, o affiancare,</span><span style="font-size: small;"> il mio armadio </span><span style="font-size: small;">con </span><span style="font-size: small;">un </span><span style="font-size: small;">contenitore</span> <span style="font-size: small;">indifferenziato </span><span style="font-size: small;">in cui gettare tutto il mio vestiario così com&#8217;è, senza attribuzione di f</span><span style="font-size: small;">orma o area d</span><span style="font-size: small;">i destinazion</span><span style="font-size: small;">e. Per ciascun capo potrò però specificare opportune etichette che ne descrivano proprietà, aspetti, car</span><span style="font-size: small;">atteristiche  intrinseche o impressioni personali. Una sciarpa può essere  contemporaneamente &#8220;abbigliamento invernale&#8221;, &#8220;freddo&#8221;, &#8220;sci&#8221;,  &#8220;stadio&#8221;. </span><span style="font-size: small;">Quando ho bisogno di accedere al mio armadio io non apro ante e cassetti ma mi limito, dall</span><span style="font-size: small;">’esterno</span><span style="font-size: small;">.</span><span style="font-size: small;"> ad eseguire una ricerca su una di que</span><span style="font-size: small;">ste etichette o su più</span><span style="font-size: small;"> etichette insieme. Sarà l</span><span style="font-size: small;">’</span><span style="font-size: small;">armadio stesso </span><span style="font-size: small;">ad estrarre e propormi tutti gli oggetti a cui sono attri</span><span style="font-size: small;">buite quelle stesse etichette. Gli abiti mantengono la loro natura, non sono forzati in strutture che ne </span><span style="font-size: small;">definiscono a priori caratteristiche e modi di utilizzo. </span><span style="font-size: small;">Gli oggetti divengono parte di molteplici categorie contemporaneam</span><span style="font-size: small;">ente: categor</span><span style="font-size: small;">ie libere, naturali, pensate appositamente per lo specifico oggetto ed il suo reale utilizzo e non stabilite a priori</span><span style="font-size: small;"> da qualcuno che ha cercato di creare cassetti </span><span style="font-size: small;">buoni per tutto.</span><span style="font-size: small;"> Manca </span><span style="font-size: small;">però </span><span style="font-size: small;">ancora una </span><span style="font-size: small;">&#8220;</span><span style="font-size: small;">feature</span><span style="font-size: small;">&#8221; da richiedere al falegname di fiducia nella realizzazione </span><span style="font-size: small;">di questo brillante guardaroba</span><span style="font-size: small;">: </span><span style="font-size: small;">far si che anche altre persone possano a</span><span style="font-size: small;">ssociare</span><span style="font-size: small;"> etichette ai miei abiti. A qualcuno quella sciarpa così colorata può sembrare</span><span style="font-size: small;"> decisamente anni &#8216;70. Perciò la etichetta come </span><span style="font-size: small;">&#8220;anni 70</span><span style="font-size: small;">&#8220;. </span><span style="font-size: small;">Q</span><span style="font-size: small;">ualcun altro</span> <span style="font-size: small;">si limita ad un gen</span><span style="font-size: small;">erico </span><span style="font-size: small;">“vintage</span><span style="font-size: small;">”</span><span style="font-size: small;">.</span> <span style="font-size: small;">Ciascuno rive</span><span style="font-size: small;">rsa nel mio armadio il suo modo di vedere le cose, mettendomi a disposizione un po</span><span style="font-size: small;">’</span><span style="font-size: small;"> della sua </span><span style="font-size: small;">conoscenza. </span><span style="font-size: small;">Nel caso domani sera fossi invitato ad una festa hippie, </span><span style="font-size: small;">il mio armadio collaborativo</span><span style="font-size: small;"> avrà raccolto la conoscenza necessaria per supportare anche un tipo di  ricerca per la quale non era stato progettato, su un tipo di dato  inizialmente non previsto nel data model dell&#8217;oggetto.</span></p>
<h2><strong><em><span style="font-size: medium;">Tag e Fo</span></em><em><span style="font-size: medium;">lskonomy: organizzare dal basso </span></em></strong></h2>
<p><span style="font-size: small;">Con  lo sviluppo di piattaforme web caratterizzate dalla centralità dei  &#8220;prosumer&#8221; (consumatori e al tempo stesso produttori), e perciò dalla  presenza massiccia di contenuti creati dagli utenti (si pensi a YouTube</span><span style="font-size: small;">, a Flickr, ai social network e in generale a tutto l&#8217;indistinto universo chiamato</span><span style="font-size: small;"> &#8220;web 2.0&#8243;), </span><span style="font-size: small;">il mondo del web si è trovato sommerso da una quantità assolutamente incontrollabile di informazioni. </span><span style="font-size: small;">Un armadio di proporzioni incalcolabili in cui</span><span style="font-size: small;"> i tipi di risorse disponibili non erano più prevedibili a priori, così come le categorie in cui organizzarli. In un</span><span style="font-size: small;">a tassonomia di 5 anni fa avreste mai pensato di inserire una categoria di risorse chiamata </span><span style="font-size: small;">“profilo di social network</span><span style="font-size: small;">”? Probabilmente no, ed è proprio i</span><span style="font-size: small;">n questo contesto </span><span style="font-size: small;">che </span><span style="font-size: small;">nascono i tag, etichette testuali libere </span><span style="font-size: small;">che possono essere associate ad una qualsiasi risorsa per metterne in evidenza aspetti e proprietà. </span><span style="font-size: small;">Per dirla con Wikipedia:</span> <span style="font-size: small;">&#8220;</span>Un  tag è una parola chiave o un termine associato a un &#8220;pezzo&#8221; di  informazione (un&#8217;immagine, una mappa geografica, un post, un video clip  &#8230;), che descrive l&#8217;oggetto rendendo possibile la classificazione e la  ricerca di informazioni basata su parole chiave<span style="font-size: small;">&#8220;</span><span style="font-size: small;">. I primi tag sono di solito inseriti</span> <span style="font-size: small;">dall&#8217;autore  stesso, per poi essere integrati dal libero lavoro di tagging di tutti  gli altri utenti. Si trova una risorsa, se ne nota un aspetto o una  proprietà interessante e lo si tagga. Si sfrutta così l&#8217;intelligenza  &#8220;diffusa&#8221; per </span><span style="font-size: small;">creare connessioni implicite (non fisicamente esplicitate) e fluide (non univoche) tra elementi di conoscenza:</span><span style="font-size: small;"> due documenti che risultano “taggati” con la stessa etichetta hanno  infatti un implicito rapporto di similarità. Ma non solo, questo lavoro  alacre ed incontrollabile di classificazione proveniente dal basso  genera una vera e propria tassonomia di risorse: quella che comunemente  viene chiamata &#8220;folskonomy&#8221; (da &#8220;folks&#8221; persone e &#8220;taxonomy&#8221;  tassonomia). Grazie al tagging collaborativo di tutti gli utenti  infatti, gli oggetti vengono organizzati in una tassonomia fluida che  non organizza le risorse in un’unica alberatura stabilita a priori, ma  in un numero di strutture pari al numero di tag presenti sulla risorsa.  Come recita uno degli slogan di Del.icio.us, la più diffusa piattaforma  per la condivisione di bookmarks: &#8220;</span>Your bookmarks will organize themselves. Tag your bookmarks. Collections will naturally emerge.&#8221;</p>
<p><span style="font-size: small;">E&#8217; evidente che i</span><span style="font-size: small;"> tag riflettono </span><span style="font-size: small;">l&#8217;intima  accettazione, tipica del mondo web, che la perfezione non sia  raggiungibile in un ambiente complesso, affidandosi alla capacità di  sfruttare meccanismi di approssimazione che divengono sempre più precisi  mano a mano che cresce il numero di connessioni, di risorse, di utenti  che partecipano attivamente. Perchè i tag sono liberi, imprecisi</span><span style="font-size: small;">,</span><span style="font-size: small;"> rumorosi. Nessuno ne ha il controllo, proprio come le pagine di  Wikipedia: è la quantità di contributi a far si che l&#8217;informazione  corretta emerga naturalmente dal rumore. Nessuno può dire che un tag sia  &#8220;sbagliato&#8221;, ma saranno solo i tag maggiormente utilizzati ad avere  importanza e riscontro</span><span style="font-size: small;">.</span><span style="font-size: small;"> In questo mo</span><span style="font-size: small;">do la rete dimostra di essere in grado di autoregolamentarsi, e le prove empiriche </span><span style="font-size: small;">sembrano  dargli ragione: i tag, se il campione preso in esame è sufficientemente  numeroso, rispondono con precisione solo leggermente inferiore ai  tradizionali sistemi di classificazione e, specialmente se usati in  parallelo a questi ultimi, riescono a garantire una flessibilità ed una  ricchezza altrimenti impossibile da raggiungere.</span></p>
<div id="attachment_357" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://www.damianoceccarelli.net/wp-content/uploads/2011/11/wordle.png"><img class="size-full wp-image-357" title="wordle" src="http://www.damianoceccarelli.net/wp-content/uploads/2011/11/wordle.png" alt="Una tag cloud con Wordle" width="500" height="316" /></a><p class="wp-caption-text">Una tag cloud riprodotta con www.wordle.com</p></div>
<p><span style="font-size: small;"><br />
</span></p>
<h2><strong><em><span style="font-size: medium;">Un passo oltre: il sapore semantico della rete </span></em></strong></h2>
<p><strong><span style="font-size: small;">La  versione riveduta e corretta dell&#8217;armadio della conoscenza ha però  ancora un grave difetto: le centinaia di etichette che ho posto sui miei  oggetti non hanno nessuna semantica agli occhi di un sistema software. </span></strong><strong><span style="font-size: small;">Informatizzando </span></strong>Saussure<strong><span style="font-size: small;"> si può dire che </span></strong><strong><span style="font-size: small;">non sono</span></strong><strong><span style="font-size: small;"> dotate di nessuna connessione &#8220;machine-readable&#8221; tra il significato e il significante,  ovvero tra le lettere che compongono la parola &#8220;sciarpa&#8221; e  quell&#8217;oggetto caldo che si avvolge al collo a cui tutti pensiamo  sentendone </span></strong>pronunciare il nome.<br />
Insomma &#8220;Ceci n’est pas une pipe&#8221;:  il significato dei tag non è comprensibile per una macchina, che non è  così in grado di svolgere su di essi nessuna elaborazione, se non  elementari elaborazioni statistiche (ad esempio sul numero di volte che  due tag vengono usati insieme). Creare  sistemi semantici da risorse destrutturate è il fine che persegue da  quasi 10 anni la ricerca sul Semantic Web, avviata dallo stesso  &#8220;inventore&#8221; del web stesso, quel Tim Berners-Lee che in un articolo del  2001 dichiarava: <span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">“The  Semantic Web is an extension of the current web in which information is  given well-defined meaning, better enabling computers and people to  work in cooperation.”</span><span style="font-size: small;">. Il Semantic Web prevede l&#8217;utilizzo all&#8217;interno di una risorsa di </span><span style="font-size: small;"><span style="font-size: small;">&#8220;etichette invisibili&#8221;, in grado di connettere singoli elementi della risorsa a dizionari standard e condivisi </span></span><span style="font-size: small;"><span style="font-size: small;">presenti in rete</span></span><span style="font-size: small;"><span style="font-size: small;">.</span></span><span style="font-size: small;"> Una recensione cinematografica pubblicata on-line come puro testo (non  strutturata quindi nei consueti campi di un database) può essere  arricchita da indicazioni semantiche che rimandano ai significati  esplicitati dalle definizioni presenti nel dizionario: il nome e cognome  presente in calce alla recensione, che un essere umano individua  immediatamente come autore del testo, può essere inserito in un tag,  invisibile nella pagina ma visibile nel codice, che indichi al sistema  che il contenuto del tag è quello che un dizionario standard (ad esempio  il Dublin Core, dizionario tra i più diffusi) definisce &#8220;author&#8221;. E  così può avvenire per molte altre informazioni come la data, il voto  assegnato al film, il nome del regista o del protagonista. Grazie a  queste etichette la semantica delle risorse, e i rapporti logici che  sussistono tra le risorse stesse, diviene esplicita, permettendo al  sistema di svolgere attività automatica di inferenziazione, confronto,  analisi. Il web diventa così in grado di rispondere a quesiti sempre più  evoluti ed articolati, ma espressi dall&#8217;utente con linguaggio sempre  più semplice, più naturale. E&#8217; il software che si occupa di connettere  le informazioni e fare inferenze, confronti, aggregazioni. Dopo anni di  tentennamenti e tanto scetticismo, il mercato del Semantic Web si è  finalmente popolato di grandi attori: Google ha recentemente lanciato il  suo nuovo motore semantico, Squared, e il supporto a RDFa e  Microformats (due tra i più diffusi formati per l&#8217;etichettatura  semantica) per creare snippet di ricerca sempre più ricchi. Tutto questo  in opposizione al precedente SearchMonkey di Yahoo e al nuovo  competitor</span> Wolfram Alpha. <span style="font-size: small;"> Motori di ricerca in grado non solo di indicizzare contenuti per parola  chiave ma di connettere informazioni e risorse in modo automatico,  rispondendo in modo &#8220;intelligente&#8221; alle richieste degli utenti.<br />
</span></p>
<p><strong><em><span style="font-size: medium;">Economia della conoscenza e caos informativo</span></em></strong></p>
<p><span style="font-size: small;">Le  aziende, come tutte le organizzazioni complesse, generano ogni giorno  una quantità enorme di documenti, dati, informazioni. Conoscenza  organizzativa destrutturata, dispersa, imprevedibile e d</span><span style="font-size: small;">i </span><span style="font-size: small;">cui </span><span style="font-size: small;">s</span><span style="font-size: small;">pesso non si</span> <span style="font-size: small;">coglie il valore. I</span><span style="font-size: small;">n parte perchè</span><span style="font-size: small;"> la maggioranza di queste risorse sono impossibili da ricondurre nelle strutture dettate dai metodi </span><span style="font-size: small;">tradizionali di classificazione, s</span><span style="font-size: small;">istemi, ma sopratt</span><span style="font-size: small;">utto forme mentali, che cercano di attribuire alla conoscenza una forma a priori fatta calare dall&#8217;alto, prestabilita ed immu</span><span style="font-size: small;">tabile. Dall&#8217;altro lato</span><span style="font-size: small;">,</span> <span style="font-size: small;">pur riconoscendone il valore, c&#8217;è il rischio che questa </span><span style="font-size: small;">conoscenza organizzativa passi</span><span style="font-size: small;"> sulle nostre scrivanie silenziosa e sfuggente, n</span>ascosta dentro insospettabili allegati email, oscure tabelle di Excel, malnominati documenti di Word.</p>
<p>Ma  la conoscenza oggi vale: se fuori tutto è in continuo e rapido  mutamento, alle organizzazioni non rimane che ricominciare a guardare al  proprio interno. <span style="font-size: small;">Si è detto che le aziende sono da sempre caratterizzate da un flusso continuo d</span><span style="font-size: small;">i informazioni destrutturate, ma o</span><span style="font-size: small;">ggi</span><span style="font-size: small;">,  rispetto al passato, esistono strumenti in grado di rendere fruibile  questa conoscenza, lasciandone inalterata la natura ricca, rumorosa,  imprevedibile. Grazie ai tag e alle connessioni semantiche l&#8217;azienda ha  la possibilità di raccogliere, elaborare e mettere a disposizione il suo  bagaglio di conoscenza organizzativa come mai prima d&#8217;ora.</span></p>
<h2><strong><em><span style="font-size: medium;">Vogliamo davvero che tutto questo funzioni?</span></em></strong></h2>
<p><span style="font-size: small;">A  questo punto appare evidente che il dibattito sulla cosiddetta  &#8220;Enterprise 2.0&#8243; non sia tecnologico, ma organizzativo. Le tecnologie,  gli strumenti, i sistemi in grado di supportare la creazione  collaborativa di conoscenza e il suo ottimale utilizzo funzionano, hanno  pregi notevoli e problematicità conosciute. Il problema sta nell&#8217;avere  il coraggio di affrontare il cambiamento organizzativo che queste  tecnologie comportano. Il tagging è una pratica difficile da coniugare  con una cultura aziendale orientata al controllo. E&#8217; necessario  considerare che importare in azienda strumenti web significa accettare  l&#8217;implicita natura democratica della collaborazione, l&#8217;assenza di  controllo, il definitivo affermarsi dell&#8217;autorevolezza sull&#8217;autorità. E&#8217;  necessario, per quanto possa sembrare complicato, imparare ad accettare  l&#8217;imperfetto, il rumoroso. Ma anche il conflitto e il vandalismo. Di  fronte ad un ambiente competitivo, sociale, tecnologico e culturale che  rapidamente cambia forma ed attori, un&#8217;organizzazione in grado di  sfruttare il caos, oltrechè un illuminante ossimoro, è il segno  tangibile dell&#8217;accettazione di nuovi paradgimi culturali e metodologici.  E&#8217; la politica dell&#8217;ascolto, del rispetto e della trasparenza. Se il  potere è nelle mani di chi possiede la conoscenza, e la conoscenza è  creata tramite libera collaborazione e condivisione, c&#8217;è rischio  concreto di rendersi improvvisamente conto che esso non sia nella mani  di chi, fino ad oggi, ci saremmo aspettati.</span></p>
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		<title>Rincorrere le nuvole: il salotto sorpassa l&#8217;ufficio</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 23:44:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Damiano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli e divulgazione]]></category>
		<category><![CDATA[Informatica intellettualoide]]></category>
		<category><![CDATA[Knowledge Management]]></category>
		<category><![CDATA[cloud]]></category>
		<category><![CDATA[consumerization]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal mainframe aziendale al netbook sul divano: storia di una rincorsa. Articolo originariamente comparso su Persone&#038;Conoscenze]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Quest’articolo è apparso originariamente sulla rivista Persone&amp;Conoscenze, casa editrice  ESTE (Milano)</strong></em><br />
<em>Il rapporto tra sistemi aziendali e sistemi domestici si è  definitivamente capovolto: con l&#8217;avvento di sistemi software basati sul  web, di infrastrutture complesse raggiungibili da remoto e con la  diffusione di piattaforme gratuite ed aperte, gli utenti hanno a  disposizione nel salotto di casa strumenti equivalenti se non superiori a  quelli che tutte le mattine trovano ad attenderli alla propria  scrivania. Una piccola rivoluzione che prefigura uno scenario sempre più  complesso per il mercato dell&#8217;informatica enterprise, ma che al tempo  stesso mette a dura prova le modalità con cui le organizzazioni guardano  alle proprie risorse. Un&#8217;analisi dello scenario, delle implicazioni e  dei possibili sviluppi.</em></p>
<h3><strong>Dal mainframe aziendale al netbook sul divano: storia di una rincorsa</strong></h3>
<p>Ciò che Vannervar Bush aveva soltanto teorizzato, immaginando a partire dal 1932 il suo famoso <em>MemexLa  descrizione completa del Memex è contenuta nel saggio &#8220;As we may think&#8221;  pubblicato da Vannevar Bush su The Atlantic Monthly nel luglio 1945 </em>,  personal computer ante-litteram fatto di microfilm, leve e bottoni, si  sarebbe realizzato tecnicamente solo 40 anni dopo: il computer  personale, l&#8217;apparato tecnologico in grado di estendere la memoria e le  potenzialità della mente umana, è infatti dovuto passare attraverso  diverse generazioni di mediazioni governative, militari, scientifiche e  sociali prima di arrivare nelle case di tutti noi. Il primo personal  computer della storia è infatti da molti datato 1977 ed è il  rivoluzionario Apple II, progettato da quello Steve Jobs che negli  ultimi anni ha cambiato la concezione della nostra vita digitale con  iPod, iPhone e IPad. Il concetto, oggi come allora, era semplice:  rendere il computer un oggetto disponibile a chiunque e non solo a  tecnici, informatici e &#8220;sacerdoti&#8221; in camice. E così si è passati nel  giro di un paio di decenni dall&#8217;era dei mainframe, computer giganteschi  utilizzati per fini militari e di ricerca, a quella dei personal  computer, oggetti a basso costo accessibili a chiunque.<br />
Superata  l&#8217;era del mainframe e dei camici bianchi, rimaneva comunque un gap  apparentemente incolmabile tra sistemi professionali e sistemi di casa.  Il costo delle apparecchiature e dei software rendeva impossibile per  gli utenti <em>consumer</em> di avvicinarsi alle prestazioni e alle  funzionalità dei sistemi aziendali. I server, racchiusi dentro  inaccessibili e multimilionari centri elaborazione dati, e il software,  ancora sotto forma di costoso e complesso monolite, erano accessibili  solo alle grandi organizzazioni, che potevano così mettere a  disposizione dei propri membri ciò che di più evoluto l&#8217;industria  informatica era in grado di proporre. Nel frattempo però i personal  computer sulle nostre scrivanie di casa, nel pieno rispetto della Legge  di Moore,  diventavano sempre più potenti e capaci. I costi delle apparecchiature e  dei programmi scendevano rapidamente, andando a colmare un divario che  pareva fino a poco tempo prima  destinato a durare per sempre. Ma la  partita nel frattempo si stava spostando di nuovo, giungendo all&#8217;atto  finale di un sorpasso impensabile. Dalla fine degli anni &#8216;90 ad oggi, è  stata infatti la capacità di connettersi alla rete a diventare  progressivamente il parametro reale di valutazione del &#8220;potere  tecnologico&#8221;. Se ancora non molti anni fa le connessioni veloci erano  esclusivo appannaggio del mondo enterprise, lasciando le case in balia  della disperazione da doppino telefonico e modem a 56kb, la capillare  diffusione di connessioni veloci e flat, e lo svilupparsi del concetto  di <em>always on</em>, del vivere sempre connessi, ha direttamente ed  indirettamente capovolto i rapporti di forza esistenti, aprendo agli  utenti domestici possibilità addirittura superiori rispetto a quelle a  disposizione delle organizzazioni e dei loro membri. L&#8217;evoluzione di  internet, e di conseguenza del web, ha infatti permesso, in primo luogo,  un incredibile miglioramento della qualità del software open source.  Molti più sviluppatori potevano unire il proprio codice, collaborando  allo sviluppo di soluzioni gratuite sempre più vicine al software  professionale, e al tempo stesso milioni di utenti nel mondo potevano  liberamente scaricare quegli stessi programmi, ottenendo applicazioni  sempre aggiornate e di livello qualitativo in continua crescita. E&#8217;  sufficiente pensare all&#8217;ascesa inarrestabile del browser open source  Mozilla Firefox nei confronti di Internet Explorer di Microsoft. Ma  soprattutto tale capacità di connessione globale ha dato il via alla  progressiva affermazione di piattaforme online che, oltre a sostituire  in molti casi i tradizionali programmi residenti, hanno reso  incredibilmente potente qualunque utente connesso alla rete. Mi  riferisco, ad esempio, alle piattaforme web di Google o al mondo dei  social network: la posta di Gmail, i documenti di Google Docs e,  paradossalmente, i microgiochi di Facebook hanno rivoluzionato il modo  di progettare, sviluppare e soprattutto di fruire qualsiasi prodotto  informatico, anche quelli destinati al mondo professionale.</p>
<h3><strong>ll software sulle nuvole</strong></h3>
<p>Questa tendenza è sfociata in  quello che tutti oggi chiamano cloud computing. Purtroppo, come gran  parte dei termini riguardanti il mondo della rete che rimbalzano  improvvisamente all&#8217;attenzione dei media, il significato di cloud  computing è stato più volte esteso o ridotto, in un calderone fatto di  tecnologie, dispositivi, applicazioni e tanta confusione.<br />
Mantenendo  un&#8217;accezione sufficientemente ampia si può definire come cloud computing  una qualsiasi operazione in cui l&#8217;elaborazione non viene eseguita in  locale sul dispositivo dell&#8217;utente, ma in una location remota (the  cloud) a cui l&#8217;utente accede tramite connessione internet (definizione apparsa in Cloud Computing: Eyes on the Skies, di Steve Hamm &#8211; <a href="http://www.businessweek.com/magazine/content/08_18/b4082059989191.htm" target="_blank">la potete trovare qui</a>) . Una definizione più complessa ma sicuramente più suggestiva e chiarificatrice è quella di Eric Schmidt, CEO di Google: <em>&#8220;You  had these relatively dumb terminals. In the PC period, the PC took over  a lot of that functionality, which is great. We now have the return of  the mainframe, and the mainframe is a set of computers. You never visit  them, you never see them. But they&#8217;re out there. They&#8217;re in a cloud  somewhere. They&#8217;re in the sky, and they&#8217;re always around. That&#8217;s roughly  the metaphor.&#8221;</em><br />
In  apparente contraddizione con quanto detto finora stiamo così  assistendo, proprio grazie alla rete, al ritorno del vecchio concetto di  mainframe, di supercomputer, citato in apertura. Ma è da notare come vi  sia una macroscopica divergenza tra questi sistemi cloud ed il mondo  dei centri elaborazione dati visti in precedenza: nel caso del cloud  computing, il mainframe in cui le applicazioni web sono installate è  online e raggiungibile da chiunque, gratuitamente e tramite una semplice  connessione internet. E il software che se ne avvale è incredibilmente  potente e veloce, pensiamo al motore di ricerca Google o alla mole di  informazioni elaborata ad ogni click da Facebook o Linkedin. Gli utenti  domestici hanno pertanto a disposizione lo spazio, la velocità, le  funzionalità e la potenza di calcolo che in passato erano messe a  disposizione solo delle grandi, se non delle grandissime,  organizzazioni. Ma la cosa ancor più sorprendente è che se è vera  l&#8217;ultima affermazione, non è più vero il contrario: sono adesso le  grandi organizzazioni a non poter tener testa alle capacità che queste  architetture ci mettono ogni giorno a disposizione.<br />
Attualmente  infatti, nel mondo enterprise, le sole a poter beneficiare appieno di  questa rivoluzione che tutti stiamo vivendo sono le piccole aziende, per  le quali l&#8217;esternalizzazione della propria infrastruttura informatica  risulta più vantaggiosa e, al tempo stesso, i rischi e le problematiche  ad essa connesse risultano assai più accettabili. Il mondo della grande  azienda  rimane ancora estremamente scettico, spesso a ragione, di  fronte agli attuali limiti di queste piattaforme web e delle  architetture cloud in genere. Limiti che partono dall&#8217;assenza di una  completa garanzia di servizio, per arrivare alla scarsa possibilità di  controllo sulle transazioni, senza considerare i temi di responsabilità  nei confronti di informazioni aziendali riservate che, volenti o  nolenti, sono difficili se non impossibili da affidare ad una generica  &#8220;nuvola&#8221; sperduta chissà dove. E così, nonostante sia evidente a tutti  che nella competizione globale il vero vantaggio si basi sempre più  sull&#8217;innovazione, i grandi sono spesso costretti a rimanere al palo.  Daryl Plummer, vice presidente di Gartner, ha dichiarato che su 10  dollari spesi dalle aziende in tecnologia, 8 vengono investiti per  manutenzione di sistemi, invece che per innovare. Gli fa eco Andrew  Erlichson, CEO e co-fondatore di Phanfare, software house che ha  spostato ormai tutte le proprie attività interne on the cloud: &#8220;Our  differentiator is software development; it&#8217;s not storing data on generic  disks&#8221;Anche  in questo caso si preferisce mantenere la sintetica e perentoria  versione inglese della citazione. In italiano potrebbe suonare come &#8220;La  nostra capacità di differnziarsi si basa sullo sviluppo di software; non  sul memorizzare dati su dischi&#8221;<br />
E  così diventa impossibile fronteggiare le superpotenze del web nel  progettare un sito, una intranet, un sistema interno o semplicemente  nello scegliere un software proprietario per rispondere a requisiti di  business. Anche a fronte di investimenti ingenti, la capacità di  rilasciare continuamente nuove funzionalità e nuove applicazioni del  mondo della rete non è sopportabile per un&#8217;organizzazione. Il web cambia  continuamente e così le sue mode, tempi, paradigmi. Cambiano  velocemente le modalità di fruizione dei media e, cosa ancor più  rilevante, cambiano velocemente le abitudini, le aspettative e le  modalità di interazione sociale degli utenti stessi.</p>
<h3><strong>Utenti e (internet)dipendenti: le implicazioni organizzative</strong></h3>
<p>Diventa  evidente pertanto che aldilà di una possibilie arretratezza tecnologica  e di un preoccupante buco di innovazione, questa separazione sempre più  netta tra i sistemi informativi aziendali ed il web che tutti i giorni i  dipendenti delle stesse aziende vivono da casa, porta con sè nel medio  termine ancor più rilevanti implicazioni organizzative. Non è forse  lecito che un dipendente di una grande azienda si chieda come sia  possibile che i sistemi web su cui lavora non <span>siano nativamente compatibili e navigabili con il suo iPhone</span>,  mentre gran parte delle piattaforme per blog (gratuite) che utilizza  tutti i giorni sul web lo sono? Non è forse naturale che agli occhi di  un dipendente, abituato alla naturalezza dell&#8217;interfaccia, alla velocità  e alla precisione della posta di Gmail, le performance dei sistemi  della propria azienda paiano robotici dinosauri software? Il rischio è  che la credibilità stessa dell&#8217;organizzazione venga minata agli occhi  dei suoi stessi membri. Il pericolo diventa ancor più evidente se si  prova ad alzare ancora un po&#8217; lo sguardo e si cominciano a considerare  le modalità di lavoro, di pensiero e di collaborazione a cui le  piattaforme web ed una vita sempre più connessa ci stanno abituando.  Abitudini che, è bene sottolinearlo, non sono forzati stravolgimenti del  &#8220;normale&#8221; processo, dell&#8217;istituzionale modo di operare, ma che sono  anzi il risultato di una tecnologia che solo ora, grazie al web, diventa  piena realizzazione degli ideali alla base di quel <span><span>Memex</span></span> di cui si è parlato in apertura. Sistemi che sono estensione e  potenziamento di strutture mentali e di modalità di interazione, azione,  lavoro, connaturate alla natura stessa dell&#8217;essere umano. Di fronte a  tutto ciò appare drammatico pensare che in virtù di policy, vincoli,  paure e rigidi processi l&#8217;organizzazione non sia in grado di seguire  l&#8217;evoluzione inarrestabile dei membri stessi che la compongono.</p>
<h3>Cercando di riacciuffare la nuvola</h3>
<p>La  rivoluzione tecnologica legata alle nuove frontiere del web ha  influenzato in modo radicale la nostra società, la nostra cultura, le  nostre abitudini. Nel delineare possibilità, scenari ed ipotesi è  pertanto impossibile scindere la soluzione tecnologica da quella umana,  culturale, organizzativa. <span>Se è vero che il </span><em>medium è il messaggio</em>, è altrettanto vero che il messaggio stesso rappresenta il nostro modo  di pensare, di agire, di vivere. E, perchè no, di lavorare. Il tipo di  software che un&#8217;azienda utilizza è omogeneo alla cultura organizzativa  di cui l&#8217;azienda vive. E così se la qualità dei software domestici ha  superato quella dei software aziendali, è evidente che sono le strutture  organizzative stesse ad essere arretrate rispetto ai modi di vivere e  di lavorare delle nuove generazioni di dipendenti. Ma le nubi non sono  poi così grigie e le aziende hanno tutte le possibilità per colmare il  gap. Orientandosi, ad esempio, su politiche sostenibili di utilizzo del  software open source, in modo da riuscire ad utilizzare quegli stessi  software aperti ed in continua evoluzione utilizzati da milioni di  utenti nel mondo. Sfruttarli in maniera sostenibile, appunto, perchè le  aziende hanno l&#8217;opportunità di  sottoscrivere apposite versioni  enterprise di questi software, dotate di consulenza dedicata, supporto e  garanzia. Ma il gap deve essere colmato anche a livello organizzativo,  adottando modelli di gestione delle relazioni interne, della  comunicazione e, perchè no, del personale più vicini a quegli stessi  paradigmi social che divengono ogni giorno più familiari ed integrati  nella vita di tutti noi. Fino ad arrivare a soluzioni  tecnologico-organizzative estreme: Serena Software negli  scorsi anni ha dato vita ad un progetto innovativo quanto radicale,  sostituendo la tradizionale piattaforma intranet con Facebook. Ai  dipendenti è stato chiesto di dedicare un&#8217;ora di ogni venerdì alla cura  del proprio profilo e tutti sono stati incoraggiati ad inserire foto ed  informazioni che rappresentassero i propri interessi e una parte della  propria personalità. Così l’amministratore delegato si è fotografato  vestito da golfista ed un altro dirigente da motociclista. Il fatto che  Facebook risulti aperto anche all’esterno, alla totalità degli utenti  del web, è visto come un’occasione, non come un pericolo: il top  management della società utilizza il proprio profilo per pubblicare  comunicati stampa e survey, così che giornalisti e clienti possano  accedervi senza problemi. Un caso tanto estremo quanto irreplicabile e,  proprio per questo, paradigmatico: alla base di uno slancio innovativo  non vi sono solo azzeccate scelte tecnologiche, ma coraggiose scelte  organizzative.</p>
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		<title>L&#8217;uomo del giorno dopo: Tumblr</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 18:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Damiano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Meraviglie 2.0]]></category>
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		<category><![CDATA[tumblr]]></category>

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		<description><![CDATA[Ne volevo scrivere un anno e rotti fa. Poi mi sono distratto. Ora è tardi ma ve lo scrivo lo stesso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo fa avevo aperto un account su <a href="http://www.tumblr.com/" target="_blank">Tumblr</a>. Insomma mi ero tumblerizzato in tempi quasi non sospetti. Poi devo aver visto che cominciavano i Griffin in tv, mi sono distratto e da lì in poi mi sono completamente dimenticato dell&#8217;esistenza del mio account e più in generale di questa piattaforma. Nel frattempo ha cominciato a parlarne tutto il mondo ed io ho colto l&#8217;ennesima occasione per arrivare in ritardo. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=3O2z7W6GJ-Y" target="_blank">L&#8217;inutilità della puntualità direbbero gli Afterhours</a>.</p>
<p>Effettivamente è molto interessante, <strong>permette un approccio estremamente rapido al blogging</strong>. Diciamo che è un po&#8217; un incrocio tra un blog e un microblog, quindi direi che si tratta di una piattaforma di <strong>miniblog</strong>.</p>
<p>Veramente ben fatta la proposta: tutto gratis, tutto aperto, nessuna pubblicità, completa libertà sul codice (potete fare ciò che volete del tema!) ed estrema semplicità di utilizzo. <strong>In 2 click avete aperto un blog e potete postare con sms, mail e penso anche tirando una pallottola di carta spiegazzata con su uno scarabocchio scritto a Bic dentro il cestino della spazzatura</strong>.</p>
<p>Insomma&#8230;è da provare.</p>
<p>Per il momento ho deciso di ripubblicare anche lì, tramite synch, i contenuti di questo blog. Magari poi mi prende la voglia e comincio a usarlo seriamente. In ogni caso è consigliatissimo a chi vuole aprire un blog in maniera istantanea senza nessuno sbattimento e con massima libertà (binomio difficilissimo da trovare in giro&#8230;basta guardare ai prodotti Apple <img src='http://www.damianoceccarelli.net/wp-includes/images/smilies/icon_razz.gif' alt=':-P' class='wp-smiley' /> ).</p>
<p><strong>Se vi interessa: <a href="http://damianoceccarelli.tumblr.com/">http://damianoceccarelli.tumblr.com/</a></strong></p>
<p>Semper Vester</p>
<p>DC</p>
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		<title>L&#8217;ecosistema della conoscenza</title>
		<link>http://www.damianoceccarelli.net/2011/09/27/lecosistema-della-conoscenza/</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 18:59:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Damiano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli e divulgazione]]></category>
		<category><![CDATA[Informatica intellettualoide]]></category>
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		<category><![CDATA[persone&conoscenze]]></category>

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		<description><![CDATA[Quest&#8217;articolo è apparso originariamente sul numero 71 (Luglio/Agosto 2011) della rivista Persone&#38;Conoscenze, casa editrice ESTE (Milano)
Esiste  uno stretto legame tra collaborazione e Knowledge Management e un  legame ancora più stretto tra ambienti di lavoro collaborativi e  creazione di conoscenza. Gli strumenti che il mondo del web ci ha messo a  disposizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Quest&#8217;articolo è apparso originariamente sul numero 71 (Luglio/Agosto 2011) della rivista Persone&amp;Conoscenze, casa editrice ESTE (Milano)</strong></em></p>
<p><em>Esiste  uno stretto legame tra collaborazione e Knowledge Management e un  legame ancora più stretto tra ambienti di lavoro collaborativi e  creazione di conoscenza. Gli strumenti che il mondo del web ci ha messo a  disposizione negli ultimi anni possono essere un incentivo  straordinario alla collaborazione, a patto di comprendere che qualsiasi  struttura, organizzativa o informatica, deve essere pronta a raccogliere  la sfida e a recepire la filosofia ed i meccanismi stessi alla base di  questa rivoluzione.</em></p>
<h3 id="internal-source-marker_0.5109484492049563" dir="ltr">L’azienda che produce conoscenza</h3>
<p>L&#8217;apprendimento  organizzativo e il Knowledge Management sono diventati argomenti  centrali nelle considerazioni sul management e nelle scienze economiche  nel corso degli anni 90&#8242;, coinvolgendo numerosissimi autori e differenti  discipline. L&#8217;interesse verso l&#8217;ascesa delle aziende giapponesi e i  loro metodi di produzione, così come la percezione di un&#8217;economia  destinata a crescere in competizione, dimensione di mercato e  tecnologia, ha portato infatti in questo decennio le aziende e gli  studiosi, soprattutto occidentali, ad interessarsi con sempre maggiore  convinzione al valore della conoscenza. Tra le cause di questo  improvviso e forte interesse possiamo riconoscere tre trend oggi ancora  in atto: un cambiamento tecnologico imprevedibile e rapidissimo, una  sempre maggiore globalizzazione dell&#8217;economia e della società ed un   progressivo ma inarrestabile incremento della competizione sui mercati.  Sono questi cambiamenti strutturali, culturali ed economici che hanno  portato alla definizione di un nuovo tipo di economia: l&#8217;economia (o  società) della conoscenza#. Le organizzazioni hanno così cominciato a  focalizzare il proprio vantaggio competitivo non più soltanto sulle  classiche direttrici “tangibili”, sempre più instabili e di poca  garanzia nel lungo termine, ma sulla capacità di differenziarsi grazie a  processi orientati ad una continua creazione di conoscenza. Conoscenza  che comprende informazioni, valori, procedure ma anche processi,  documenti, strutture organizzative e, in breve, tutto ciò che è in grado  di rendere nel lungo termine ciascuna azienda diversa, migliore,  peggiore di un’altra. Nasce la visione di un’azienda produttrice di  beni, prodotti e servizi ma soprattutto di conoscenza e, in un’ottica di  ecosistema globale, valore per la società. Tutte le aziende sono  composte essenzialmente di conoscenza che viene assorbita, prodotta,  riassemblata e proposta verso l’esterno durante tutta la vita  dell’organizzazione. E anche se spesso tutto ciò avviene senza che  neanche l’azienda stessa se ne accorga, nelle grandi compagnie e nelle  multinazionali, la consapevolezza del valore della conoscenza è in  costante crescita. Altrettanto dovrebbe accadere nelle PMI che,  sfruttando lo stretto rapporto col territorio, processi di produzione  più vicini ad un modello “artigianale” o semplicemente la propria spesso  inimitabile unicità, potrebbero ricavare il maggior guadagno dai propri  serbatoi di conoscenza.</p>
<h3 id="internal-source-marker_0.5109484492049563" dir="ltr">Dalla gestione della conoscenza alla creazione di conoscenza</h3>
<p>Gestione  della conoscenza o Knowledge Management quindi come mezzo per mettere a  valore gli asset intangibili e taciti presenti in un’organizzazione. Ma  non solo: l’attenzione verso le informazioni ed i contenuti esistenti è  solo una parte di un ciclo assai più ampio. La gestione della  conoscenza infatti è solo in misura marginale un’operazione da archeologi informativi o da tecnologici bibliotecari.  La conoscenza prodotta in anni di faticosa crescita aziendale deve  ovviamente essere disponibile, digitale, ricercabile e, nei casi più  virtuosi, riorganizzabile a piacimento (ad esempio tramite tag) ma senza  strumenti e processi che siano davvero in grado di supportare la  creazione di conoscenza sempre nuova e la trasformazione di questa  conoscenza in innovazione, il tutto perde decisamente di senso.<br />
Innovare  l’azienda per spingerla a produrre conoscenza da cui creare nuovamente  innovazione, questo è il gioco di parole ed il fine ultimo di un  progetto di Knowledge Management.  La conoscenza infatti non è qualcosa  di attribuito, formalizzato, strutturato e raccolto con cura da “tenere  buono” ma è piuttosto un dinamico flusso a cui tutti i membri  dell’organizzazione devono partecipare. Libera collaborazione da un lato  e capacità di aprirsi a stakeholder informali e sempre nuovi  dall’altro, queste sono allora le due chiavi per trasformare un’azienda  in un’azienda produttrice di conoscenza. Il secondo punto è un tabu  ancora difficile da rompere: una percentuale notevole delle risorse di  conoscenza di un’azienda risiede sorniona al di fuori dei cancelli degli  stabilimenti, abilmente nascosta nei pensieri (ma sempre più spesso nei  forum e nelle bacheche dei social network) dei clienti, dei fornitori,  dei collaboratori esterni. Ma è in realtà soprattutto sul primo punto  che è necessario soffermarsi, perché è proprio sulla collaborazione che  negli ultimi anni è stato posto un accento spesso eccessivo, modaiolo e  poco ragionato. Ed è così che si è parlato talmente tanto di web ed  enterprise 2.0, di social enterprise e di tool di collaboration che  questi stessi termini, nonostante fossero spesso dotati di una  interessante portata semantica, sono diventati buzzworld da consumati e  sorridenti venditori di fumo.</p>
<div id="attachment_332" class="wp-caption aligncenter" style="width: 226px"><a href="http://www.damianoceccarelli.net/wp-content/uploads/2011/09/goya.jpg"><img class="size-medium wp-image-332" title="Il sonno della ragione genera mostri" src="http://www.damianoceccarelli.net/wp-content/uploads/2011/09/goya-216x300.jpg" alt="Il sonno della ragione genera mostri" width="216" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il sonno della ragione genera mostri</p></div>
<h3 dir="ltr">Ambienti collaborativi: il Knowledge Management alle prese con Mister Y</h3>
<p>Ma  allora come fare ad attivare la collaborazione in azienda? Sicuramente è  necessario cominciare a guardare la propria organizzazione più da  vicino e più a fondo per capire quanto i processi, le strutture e le  persone che vi lavorano siano pronte al cambiamento. Probabilmente  qualsiasi azienda che provi a fare questa riflessione si troverà  inadatta, troppo burocratica, troppo lenta, troppo vecchia. A questo  punto la tentazione comune è di forzare la mano in modo top-down:  riconosciuto il potenziale dell’Enterprise 2.0 si vuole che esso venga  utilizzato, punto e basta. Nascono divisioni, dipartimenti, figure  professionali e fioriscono contratti esorbitanti verso sedicenti  esperti. Tutto questo funziona? Il più delle volte no: il rischio rimane  quello di ritrovarsi tra le mani una scimmia imbellettata con un po’ di  rossetto. Il problema infatti è che non è possibile imporre una cultura  aziendale “a posteriori” e dall’alto senza che vi sia una cultura  organizzativa adatta su cui innestare il cambiamento. Non è un tema  facile da affrontare e risolvere: per capire la difficoltà di approccio a  questi cambiamenti è sufficiente pensare che nonostante siano passati 6  anni dalla prima definizione di web 2.0 data da Tim O’Really# ancora  oggi se ne parla moltissimo. Considerata la rapidità con cui evolve il  web è come se oggi stessimo ancora lì a discutere se è meglio Netscape  Navigator o Explorer. Ma allora come affrontare queste tematiche? Una  possibile chiave di lettura passa dalla consapevolezza che per   comprendere l’”epoca” della collaborazione, e cercare di attivare così  nella propria azienda processi adatti alla creazione di conoscenza, è  necessario innanzitutto comprenderne i protagonisti e, soprattutto, quei  protagonisti che già ciascuna azienda ha probabilmente al proprio  interno. Spingendo infatti lo sguardo aldilà della schiera di  irriducibili reazionari che apparentemente impediscono a brillanti  manager di diffondere wiki, blog e forum interni, può darsi che tra i  banchi delle ultime file salti fuori un’orda inferocita di stagisti che  non aspettano altro che questa innovazione collaborativa passi dai loro  iPhone alle loro postazioni di lavoro. La generazione Y, quella del  millennio, quella digitale, quella a cui in Italia è stato rubato il  futuro, è senza dubbio specchio fedele del 2.0: indolente, informale,  poco propensa a fidarsi delle autorità e a rispettare gerarchie ed  estremamente peer-oriented.  E soprattutto, proprio come il web 2.0, è pigra, pigra da morire. Tutti  gli strumenti web che oggi abbiamo a disposizione servono per essere  più veloci, più disordinati, meno precisi. Insomma: più pigri. Ci si  affida ai grandi numeri per non essere costretti a lavorare. Nascono  così le folksonomy, i pannelli dei “più votati”, dei “più cliccati”,  delle ricerche correlate. Tutto è pensato per faticare meno e per  lavorare meno e meglio. Tutti vogliono essere più veloci e più bravi, ma  per esserlo occorre essere pigri e cercare la strada più pigra per fare  le cose#. E così una possibile soluzione al problema della  collaboration in azienda è di procedere per piccoli passi, cercando  innanzittutto di attivare i primi “cerchi” della propria nuvola#: ovvero  individuare con piccoli sforzi organizzativi e tecnologici aree di  intervento e gruppi di persone su cui cominciare a sperimentare. E  compreso quindi quanto possa essere proficuo prendere spunto da chi in  questi paradigmi apparentemente assurdi ci è nato e cresciuto, ed  ammesso quindi che una base da cui partire in azienda è quasi sempre  presente, spendendo davvero poco è possibile coltivare i propri piccoli  giardini di collaborazione affidandoli a questi giovani e pigri talenti.  Non è necessario spedirli a fare qualche costosissimo MBA, può essere  sufficiente renderli amministratori di sezioni della intranet,  moderatori di piccole community o, ancora più semplicemente, organizzare  qualche incontro per capire meglio che visione questi evangelisti  incompresi ed inconsapevoli della collaboration possono portare  all’azienda. Ascoltare, capire e, senza inventar nulla, prendere spunto  dai gruppi di lavoro e dalle modalità di interazione che nascono in modo  naturale nella propria organizzazione. Il tutto ricordandosi sempre che  un’orda altrettanto pigra di stagisti ha fondato aziende come Google o  Facebook non troppi anni fa.</p>
<h3>Gli strumenti: dal portale interno all’ecosistema della conoscenza</h3>
<p>Nonostante  quindi l’attenzione sia spesso da porre altrove, è innegabile che gran  parte degli aspetti innovativi legati ai processi di gestione e  creazione collaborativa di conoscenza siano figli dell’incredibile  potere di comunicazione e condivisione che gli strumenti web  progressivamente ci hanno regalato. C’è da chiedersi però a questo punto  perché i famigerati stagisti pigri che devono guidare la nostra nuvola  non dovrebbero boicottare la webmail “di lavoro” per continuare ad  utilizzare la propria funzionalissima, integratissima, comodissima mail  personale. E parimenti non c’è motivo per cui gli operatori di “prima  linea”, persone che detengono le maggiori conoscenze sui prodotti e sui  clienti, dovrebbero aprire una communitysul  portale interno quando su Facebook i gruppi che già hanno aperto  funzionano benissimo. Ed è così quindi che le considerazioni riportate  sopra non possono che condurre ad un’unica conclusione: i portali  interni, così come i sistemi tradizionali di collaboration aziendali,  sono in forte pericolo. Purtroppo non esiste una soluzione definitiva e  l’unica cosa che le aziende possono fare è cercare di ricreare tra le  propria mura il naturale ambiente collaborativo che i dipendenti trovano  navigando sul web. In altre parole ricreare quello che i dipendenti  affrontano ogni giorno vivendo e sviluppando la propria vita digitale.  Quella stessa vita che, col passare degli anni, sarà sempre più univoca  ed indivisibile: che senso avrà tra qualche anno parlare di “email  aziendale” e di “email privata”? Come potrò tenere fuori dal mio  “cellulare aziendale” tutta la parte di vita che mi porto dietro sul  “cellulare personale” in termini di app, sincronizzazioni di account e  network personale?. E così al posto del portale interno tradizionalmente  inteso può emergere il sistema interno di Knowledge Management come  ecosistema di applicazioni interne, esterne ed in cloud, aziendali,  personali e pubbliche. E a mio parere sarà proprio l’integrazione dei  servizi consumer cloud all’interno dei processi di governance aziendali  una delle maggiori sfide dell’ICT per i prossimi anni: non più una  intranet come unico monolite applicativo che comprende tutte le  informazioni dedicate ai dipendenti, ma un’architettura flessibile in  grado di mantenere livelli di accesso e sicurezza comuni pur integrando  di volta in volta nuove applicazioni o nuovi moduli funzionali.  D’altronde un’azienda non ha la possibilità di tenere il passo con  l’evoluzione del web, non può ricreare o sviluppare per i propri  dipendenti un sistema di condivisione che funzioni bene quanto Facebook,  il mese successivo un’applicazione di microblogging rapida come Twitter  e quindici giorni dopo una piattaforma di georeferenziazione precisa  come FourSquare. E così potrà essere il mash-up a farla da padrona con  flussi di integrazione da sistemi differenti racchiusi in applicazioni  ibride pubblicate sul cloud. E se questo scenario ICT è troppo costoso o  di difficile implementazione nulla vieta di lasciare la tecnologia da  parte e di immaginarne al momento una realtà affidata esclusivamente  alla governance di processo: possiamo immaginare processi organizzativi  secondo i quali i dipendenti impegnati su progetti sono liberi di usare  tutti gli strumenti che vogliono. Possono usare Facebook, Twitter,  Google Documenti e persino FourSquare e possono farlo con i loro  account, come prosecuzione della loro vita digitale. L’azienda può e  deve porre alcune regole: le piattaforme utilizzate devono rispettare  standard di sicurezza, i dati devono essere trattati dai dipendenti in  modo etico e confome e, come ultima nota, il capo progetto al termine  delle attività deve raccogliere e sintetizzare quanto prodotto dal  gruppo in giro per la rete e metterlo a disposizione di tutti sulla  intranet, questa si, interna ed aziendale. E’ un gioco, è vero, ma  questi scenari sono visioni estreme che puntano ad infrangere il sogno  proibito del controllo ICT totale: se il paradigma che l’Enterprise 2.0  ha deciso di darsi è quello del web, allora è necessario mettere in  conto che sarà necessario adeguare tutta l’azienda ai principi e valori  del web. La rete non ha una comoda interfaccia sempre uguale, non ha una  ferrea logica binaria da query.  E’ per definizione fuzzy,  approssimativa, proprio come Google che crea conoscenza “vera” nel  momento in cui ci propone risultati rilevanti ma inaspettati. Ed è  infatti con ogni probabilità la deficienza artificiale che si avvicina  di più alla nostra intelligenza.</p>
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		<title>Voi mi odiate</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 22:07:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Damiano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Micropost]]></category>
		<category><![CDATA[Orrori 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[odio]]></category>
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		<description><![CDATA[Mancava la search. Potevate anche dirmelo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma come?</p>
<p>Il blog è online da anni e nessuno mi ha mai fatto notare che mi ero dimenticato di mettere un box di ricerca in home page??? Nessuno mi ha scritto qualcosa tipo &#8220;Uelà paladino del Knowledge-bla-bla parli parli ma poi ti manca la search!?&#8221;</p>
<p>O mi odiate, o nessuno mi legge <img src='http://www.damianoceccarelli.net/wp-includes/images/smilies/icon_sad.gif' alt=':-(' class='wp-smiley' /> </p>
<p><strong>Tristezza a palate</strong><br />
<iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/lW8rdDraoTs" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong><br />
</strong></p>
<p>P.S.</p>
<p>In ogni caso, ci siate o meno&#8230;adesso c&#8217;è!</p>
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		<title>Ha riaperto Grooveshark!</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 22:42:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Damiano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Informatica intellettualoide]]></category>
		<category><![CDATA[Link]]></category>
		<category><![CDATA[Meraviglie 2.0]]></category>
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		<description><![CDATA[E' tornato Grooveshark e sono tornato anch'io. Cosa posso fare se non attirarvi qui con una finta recensione utile solo per filosofeggiare sul senso ultimo della conoscenza???]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao trascuratissimi amici di questo blog,</p>
<p>capisco il vostro disappunto, vedo le vostre faccie imbronciate e percepisco i vostri brontolii. Avete ragione, non scrivo su queste nobili pagine oramai da un po&#8217;. Ma cosa vi devo dire? L&#8217;estate è tempo di sole, mare, lavoro, colon irritabile. Poi altro sole, mare, altro lavoro e altro colon irritabile. Quindi mi sono un po&#8217; distratto e ho accantonato per qualche tempo l&#8217;attività di blogger multimiliardario con milioni di seguaci sparsi in tutto il mondo (?!?) per dedicarmi ad una dieta priva di latticini.</p>
<p>Ma ora sono qui, pronto ad un inverno triste e buio nella città della nebbia e pronto a sollazzarvi con arguzie e facezie senza fine. La prima riguarda un servizio di cui vi avevo parlato addirittura nel <a href="http://www.damianoceccarelli.net/?p=26" target="_blank">mio primissimo post</a> (ah! quanti ricordi! quanti sogni! quante speranze all&#8217;epoca! sigh!).</p>
<p>Ebbene quel MyNextMusic di cui lamentavo la chiusura da parte di Telecom altro non era che un rebranding italiano di <a href="http://grooveshark.com/" target="_blank"><strong>Grooveshark</strong></a> che ora, all&#8217;improvviso e senza bussare alla porta né passare dal via, è tornato disponibile nella sua versione originale a tutti gli utenti del BelPaese!</p>
<div id="attachment_321" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://www.damianoceccarelli.net/wp-content/uploads/2011/09/Grooveshark_Logo_Sunny1.png"><img class="size-full wp-image-321" title="Grooveshark_Logo_Sunny" src="http://www.damianoceccarelli.net/wp-content/uploads/2011/09/Grooveshark_Logo_Sunny1.png" alt="Grooveshark" width="500" height="350" /></a><p class="wp-caption-text">Grooveshark</p></div>
<p>E cos&#8217;è questo <a href="http://grooveshark.com/" target="_blank"><strong>Grooveshark</strong></a>? E&#8217; semplice: è il vero iTunes online, al contrario di ciò che potrà dire la Apple a proposito di iCloud (che a me per come si sta mettendo pare proprio una roba nata vecchia). Si accede con account (o col proprio account Google o Facebook) ad un&#8217;interfaccia in tutto e per tutto simile ad un player musicale: <strong>libreria, playlist, radio online e coda di riproduzione comprese</strong>. Tramite un potente motore di ricerca ed un intelligente sistema di link tra artisti / brani / album si ha a disposizione tutta la libreria della piattaforma da ascoltare liberamente e gratuitamente. Cercate il pezzo, lo ascoltate, lo aggiungete alla &#8220;Mia Musica&#8221;, lo segnate come preferito, lo inserite in una playlist o lo condividete con un click su Facebook.</p>
<p>Ma da dove viene tutta questa musica? Il sistema qua si fa qui un po&#8217; più &#8220;border-line&#8221;: una possibilità molto potente infatti che è data agli utenti è quella di caricare la libreria residente sul proprio pc all&#8217;interno della piattaforma, per ritrovarsela così d&#8217;incanto all&#8217;interno del proprio repository musicale online. <strong>Durante l&#8217;upload il sistema verifica se ciascun singolo pezzo è già presente in archivio: se già c&#8217;è viene inserita nella vostra libreria la versione che è già online, altrimenti viene caricato e messo a disposizione di tutti</strong>. Su questo punto ho qualche perplessità legale. Ma cribbio! Questo è un blog di meraviglie 2.0, non di inutili e patetici piagnistei di qualche fan della SIAE.</p>
<p>Tra le tante altre opzioni, che non posso stare qua ad elencarvi perché è tardi ed ho sonno, è da segnalare l&#8217;applicazione per smartphone (a pagamento quella ufficiale, gratis quelle non ufficiali) per ascoltare la propria musica dovunque (ammesso che si abbia a disposizione una connessione dati carrozzata) e la presenza di numerose applicazioni sviluppate da terzi per scaricare sul vostro pc copie mp3 della musica presente sulla piattaforma. In questo caso non c&#8217;è border-line che tenga: <strong>yes my darling, è illegale, of course. </strong>In più è anche antiquato e tremendamente old-fashion scaricarsi le cose in locale, lasciatevi un attimo andare e pensate a cosa potreste fare se aveste un account Grooveshark, una connessione dati sul cellulare decentemente flat  ed  un&#8217;autoradio con connessione internet. La propria musica sempre comunque e  dovunque. Nessuna duplicazione. Nessun metadato sbagliato. Condivisione  immediata col mondo. Questo si che è parlare, considerando che così oltretutto tramite la pubblicità del sito gli artisti non morirebbero di fame (penso ai patimenti di Lady Gaga, poverella).</p>
<p><strong>Ma andando alle conclusioni, qual è il vero senso di questo post? Segnalare un&#8217;applicazione web che già altri 10 000 blog hanno segnalato solo per farsi un po&#8217; bello agli amici che ancora di sto&#8217; coso non ne sapevano nulla?</strong> Assolutamente no, il senso è portare ancora una volta alla luce la semplice e rivoluzionaria filosofia che anima il web: <strong>cos&#8217;è la conoscenza umana se non la somma di tutto ciò che gli esseri umani conoscono? E cos&#8217;è il patrimonio artistico musicale umano se non la somma di tutte le canzoni che vengono ascoltate nel mondo? </strong>Nel primo caso nasce Wikipedia, nel secondo strumenti come questo Grooveshark. Considerate infatti che tutti possono caricare sulla piattaforma le proprie canzoni. Insomma prima non era possibile far altro che creare enormi biblioteche o trascrivere spartiti in smisurati archivi. Non tutti vi avevano accesso e gran parte del sapere e della musica erano irrimediabilmente destinati ad andare perduti per sempre nell&#8217;oblio. Oltretutto non tutti ne potevano beneficiare e così solo alcuni privilegiati potevano avere accesso ai bene che per eccellenza dovrebbero essere comuni: il sapere e la cultura.</p>
<p><strong>E oggi invece no&#8230;GNE! GNE! GNE!<br />
</strong></p>
<p>Sempre vester</p>
<p>DC</p>
<p>P.S.</p>
<p>Se ho cannato qualcosa sulla descrizione dell&#8217;applicazione correggetemi: la mia è una segnalazione da semplice utente, non ho fatto chissà quale studio della piattaforma, quindi se mi sono perso qualcosa potete fare liberamente gli spocchiosi e darmi dell&#8217;ignorante vincendo niente se non il mio odio e risentimento eterno <img src='http://www.damianoceccarelli.net/wp-includes/images/smilies/icon_razz.gif' alt=':-P' class='wp-smiley' /> </p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 104px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">http://grooveshark.com/</div>
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		<title>Sono un visionario timido: iCloud e rimpianti</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jun 2011 13:07:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Damiano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Perchè quando uno è timido, è timido. Rimpianti e lamentele di un grillo parlante arrivato in ritardo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Amici ed amiche di damianoceccarelli.net e, perchè no, di Damiano Ceccarelli,</p>
<p>sono qua oggi per una di quelle operazione autoreferenziali e piagnucolose che tanto vi piacciono (?!?). Anzi che in realtà non piacciono a nessuno tranne me. Ma andiamo con ordine, non divaghiamo in analisi psicologiche e partiamo dalle debite spiegazioni. Dovete sapere che io tengo in piedi questo blog fondamentalmente per due motivi: il primo è farmi bello agli occhi della blogosfera e di voi tutti, il secondo è non dimenticarmi le cose. Insomma ricadono nelle attività tese al raggiungimento del primo obiettivo tutti i post che vi hanno allietato in questi mesi. Ricadono invece nel secondo filone le 150 e più bozze di post che ho archiviato qua su Wordpress e che non di solito non vede nessuno tranne me. Diciamo insomma che ogni qual volta mi viene in mente qualcosa di carino, simpatico o vagamente intelligente, me lo appunto in una bozza su Wordpress (spesso su GMail, ma dipende dall&#8217;umore) aspettando ulteriori ispirazioni o semplicemente il momento opportuno per tirare fuori l&#8217;appunto.  Tutta la sezione &#8220;<a href="http://www.damianoceccarelli.net/?cat=49">L&#8217;officina dell&#8217;impiegato</a>&#8221; in realtà deriva proprio dalla necessità che avevo di non dimenticarmi alcuni link che mi venivano consigliati, che scoprivo o che trovavo in giro per la rete. E così arriviamo dritti dritti al punto della disquisizione: sono un visionario timido (se si potessero dire parolacce su queste pagine direi coglione, ma non si può).</p>
<p><strong>Per farvi capire cosa intendo vi incollo questa bozza, scritta il 15 Gennaio 2011:</strong></p>
<blockquote><p><em>ITUNES ONLINE</em></p>
<p><em>tutta la musica che esiste al mondo è la musica che tutti hanno nei loro pc</em></p>
<p><em>piattaforma web che sincronizza le librerie personali con una libreria online (un brano se lo hanno in 500 è comunque memorizzato una sola volta online per tutti).</em></p>
<p><em>Ogni volta che apri iTunes o qualcosa d&#8217;altro il servizio si sincronizza e vede se hai aggiunto qualcosa, se lo hai aggiunto e non esiste tu chiede di caricarlo anche online, altrimenti lo inserisce nella tua libreria. Tu paghi soltanto il servizio in se, ovvero il servizio di ascolto online e puoi ascoltare la musica senza doverla spostare in giro.  Il tutto condito da un po&#8217; di social (tipo LastFM e col consiglio di altre persone su canzoni che ti potrebbero piacere, tipo Genius)</em></p>
<p><em>iTunes sarebbe la piattaforma migliore di tutte per una cosa del genere!!!</em></p>
<p><em><br />
</em></p></blockquote>
<p>Ebbene di questa ingenua bozza mi ero completamente dimenticato (è bello scrivere bozze per ricordarsi le cose e poi dimenticarsi sia le cose sia le bozze) e mi è tornata violentemente in testa leggendo sul web dell&#8217;ultimo rivoluzionario prodotto Apple lanciato da Steve Jobs: l&#8217;<a href="http://www.apple.com/icloud/" target="_blank">iCloud</a>. Cos&#8217;è iCloud? E&#8217; più o meno quello che ho scritto poco sopra.</p>
<p>Quindi la morale della storia è: non siate timidi (coglioni) e se avete qualcosa da dire ditelo, sempre tenendo presente che se vi classificate tra le persone in grado di avere idee (anche banali) siete intellettualmente superiori ad un buon 85% dell&#8217;umanità. E soprattutto ricordatevi che se non avete tirato fuori la vostra idea non potrete provare il bellissimo, odiosissimo, arrogantissimo piacere di dire<strong> &#8220;Ma io l&#8217;avevo detto!&#8221;</strong></p>
<p>Semper vester</p>
<p>un lamentosissimo dc</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Definitive Daft Punk</title>
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		<pubDate>Sun, 15 May 2011 13:11:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Damiano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Meraviglie 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Micropost]]></category>
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		<category><![CDATA[daft punk]]></category>
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		<description><![CDATA[Ciao a tutti,
eccomi di nuovo qua a girarvi una succulenta segnalazione che proviene dal sempre divertentissimo simpaticissimo ed ingambissimo messaggio di stato di GTalk di Lucea: un mash up di 20 e passa canzoni dei  Daft Punk fatto da Cameron Adams e spiegato tramite HTML 5 e CSS3 (http://daftpunk.themaninblue.com/).
Qua insomma si parla di argomenti che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao a tutti,</p>
<p>eccomi di nuovo qua a girarvi una succulenta segnalazione che proviene dal sempre divertentissimo simpaticissimo ed ingambissimo messaggio di stato di GTalk di <a href="http://artedelnastrone.blogspot.com/">Lucea</a>: un mash up di 20 e passa canzoni dei  Daft Punk fatto da Cameron Adams e spiegato tramite HTML 5 e CSS3 (<a href="http://daftpunk.themaninblue.com/">http://daftpunk.themaninblue.com/).</a></p>
<p>Qua insomma si parla di argomenti che sono a tutti gli effetti tra i miei capisaldi: <strong>&#8220;&#8216;e femine, er denaro, la mortazza&#8221;</strong> direte voi, e invece no si tratta di<strong> &#8220;elettronica&#8221;, &#8220;html5&#8243; e &#8220;mashup&#8221;</strong>. Bene in questo bel video si può ascoltare un mashup veramente ben fatto corredato delle info sulle canzoni &#8220;miscelate&#8221; di un bell&#8217;equalizzatore e di un bel sequencer visuale. In questo modo si può capire dove compare ciascuna canzone nella traccia (qui le info sull&#8217;autore e sulle modalità di realizzazione: <a href="http://themaninblue.com/writing/perspective/2011/05/12/">http://themaninblue.com/writing/perspective/2011/05/12/</a>)</p>
<p>E&#8217; anche possibile scaricare l&#8217;mp3 originale in alta qualità, davvero niente male per i vostri prossimi party. Ricordatevi di accedere con un browser evoluto in grado di supportare HTML5 e CSS3 (FF4, Chrome o IE9)</p>
<p>Insomma che dire: grazie Lucea, grazie Cameron e grazie Man in Blue e&#8230;buon ascolto!</p>
<div id="attachment_309" class="wp-caption aligncenter" style="width: 390px"><a href="http://www.damianoceccarelli.net/wp-content/uploads/2011/05/daft-punk-daft_fond11.jpg"><img class="size-full wp-image-309" title="daft-punk-daft_fond1" src="http://www.damianoceccarelli.net/wp-content/uploads/2011/05/daft-punk-daft_fond11.jpg" alt="I mitici Daft Punk" width="380" height="380" /></a><p class="wp-caption-text">Ciao, noi siamo i Daft Punk</p></div>
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